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Magico Perin, è lui il dopo Buffon

di Gessi Adamoli

Da Pozzo e Martina, ex grandi portieri rossoblu, non hanno dubbi su chi dovrà essere ilnumero1 in nazionale. 

Nei giorni scorsi è stato Dino Zoff ad elogiare il portiere del Genoa: “Perin è così richiesto perché è l’espressione migliore di una scuola italiana che si è assottigliata, più che impoverita, a causa dell’esplosione di altre scuole straniere e in parte anche per come vengono allenati oggi i portieri, più sui piedi che sulla presa. A renderlo così forte però è la testa. In campo punta tutto su tecnica e reattività, le sue qualità più importanti, ma a fare la differenza è il carattere, è l’umiltà che porta con sé tra i pali. Perin è un portiere umile nel senso che non ha paura di sbagliare, è questo che lo rende speciale. E’ un campionato in cui vedo sempre più spesso difese che subiscono gol di testa a un metro dalla linea, perché i portieri preferiscono rimanere in porta piuttosto che sbagliare l’uscita e affrontare le critiche del caso, lui interpreta nel modo giusto e più bello il suo ruolo. Il portiere deve sentirsi il padrone, nella sua area, non può aver paura. E lui lo sa, e lo fa capire a compagni e avversari con i fatti. Il salto ad una grande squadra che lotta per coppe e scudetti prima si fa, meglio è, anche se nel suo ruolo è ancora più difficile: in un grande club si para molto meno che in una squadra come il Genoa, ma bisogna farsi trovare sempre pronti”.

Nell’edizione locale di Genova del quotidiano La Repubblica, due vecchie bandiere tornano a parlare di Perin: “È un portiere straordinario, credo che sia il migliore d’Italia perché la sua reattività Donnarumma non l’ha. È un istintivo proprio come lo ero io, in Perin davvero mi ci rivedo molto». Continua a leggere Magico Perin, è lui il dopo Buffon

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Jurgen Croy: Portiere di stato

di Federico Lo Giudice

Jürgen Croy icona sportiva in Germania Es. Una sola squadra nella sua carriera: disse no ai club più importanti della oberliga sponsorizzati dal governo. Tra i migliori della sua generazione per riflessi e agilità tra i pali.

Un fenomeno tra i pali, ma anche un simbolo tutt’ora indelebile nella memoria dei cittadini di Zwickau. Jürgen, infatti, dopo gli otto anni nel settore giovanile del Bsg Aktivist Karl Marx Zwickau ha sempre indossato la maglia della squadra della sua città: il Sachsenring. In realtà Croy veniva da Planitz che nel 1944 venne inclusa nel comune di Zwickau. Diciotto anni di amore indiscusso per una Mannschaft abituata a veleggiare nella parte medio-bassa della classifica della Oberliga. Ma alla gloria lui preferì sempre la fedeltà come dimostrò negli anni Settanta. Croy era ormai il numero uno della nazionale della Ddr e un giocatore di livello internazionale e questo ebbe come effetto di attirare le attenzioni dei maggiori club della Oberliga che puntualmente mandavano richieste per la sua cessione alla dirigenza del Sachsenring. Tutti lo volevano strappare da Zwickau, in primis la Federazione della Ddr che non era proprio favorevole nel vedere il miglior portiere del campionato militare in un club medio-piccolo invece che rafforzare le grandi che giocavano anche le coppe. Così Croy venne convocato a Berlino, su ordine di Manfred Ewald il padre-padrone dello sport nella Ddr, per chiedergli di accettare una delle offerte che gli avrebbero procurato uno stipendio più alto, un impiego in qualche ministero e una maggiore visibilità internazionale. Lui rispose senza esitazioni: «No grazie, resto a Zwickau il posto perfetto per vivere e giocare a calcio».

RISPETTO
Una scelta di vita che comunque premiò la “Pantera di Planitz”, così ribattezzato da tifosi e giornalisti. Nel 1975-’76 i biancorossi vinsero la coppa nazionale contro la Dinamo Dresda piena di nazionali. Fu una finale epica e ricca di emozioni che si decise ai rigori dove il protagonista assoluto fu proprio Croy che dopo averne parati due realizzò quello decisivo. Un successo che regalò al Sachsenring l’accesso alla Coppa delle Coppe dove i biancorossi, sempre grazie alle parate di Croy, furono a un passo dallo scrivere la storia. Dopo aver eliminato il Panathinaikos, la Fiorenti- na di Antognoni (che sbagliò il rigore decisivo) agli ottavi e il Celtic ai quarti il sogno si infranse in semifinale contro l’Anderlecht. Nel 1989 la Federcalcio della Ddr dopo averlo nominato vicepresidente lo designerà anche come il miglior giocatore di sempre della Germania Est. Un giusto riconoscimento per un vero campione che ha sposato nel modo più bello l’idea di “un uomo, un club” e che è diventato il simbolo di un’intera città.

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Strakosha fa il libero

di Daniele Rindone

Il numero uno albanese da record per disimpegni nella sua metà campo. Para e gioca, partecipa al giro palla, offre soluzioni sempre utilissime. Il portiere è un difensore in più per la Lazio: 22 passaggi di media nei 90 minuti, nessuno come lui!

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E’ il difensore in più, il “libero” aggiuntivo. Si chiama Thomas Strakosha, fa il portiere, è la sua prima occupazione. Non si limita a coprire il ruolo, è utilizzato da centrale supplementare, ha una doppia mansione. Strakosha è il portiere che gioca a calcio, non gli spetta solo la copertura della porta. Ha buoni piedi e la qualità viene sfruttata da Inzaghi e dai compagni. Thomas Strakosha è il portiere della serie A che realizza più passaggi nella propria metà campo nell’arco dei 90 minuti. In media ne effettua 22, nessun altro collega ne conta di più. Dietro Strakosha si sono piazzati tutti gli altri portieri della A: in ordine Sirigu, Reina, Alisson, Da Costa, Donnarumma, Handanovic, Sorrentino, Brignoli e Buffon (solo decimo nella classifica dei passaggi in media). Strakosha è un portiere palleggiatore, s’è visto anche a Bergamo. I difensori e i centrocampisti l’hanno sollecitato continuamente, hanno “scaricato” il pallone nella sua area. Il giro palla coinvolge sempre il numero uno albanese, è una soluzione che permette alla Lazio di alleggerire la pressione degli avversari, di spostare il pallone da un fronte all’altro, di rilanciare savalcando il centrocampo, cercando di imbeccare il gigante Milinkovic, per sfruttare le sue spizzate irraggiungibili (per gli altri). Continua a leggere Strakosha fa il libero

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Com’è difficile scoprire un campione

di Valerio Perseu

La dolorosa eliminazione dal Mondiale porta anche a riflettere sulla scoperta e formazione dei nuovi talenti.

Il calcio è lo sport più di uso in Italia, ma questo non può bastare. Cerchiamo di capire quali sono i criteri degli osservatori – armati magari solo di intuito e taccuino – che vanno sui campi nella speranza di scoprire qualche nuovo campione. Uno su mille ce la fa a diventare un calciatore professionista, lo ripetiamo sempre. Ma chi sono i talent scout che per lavoro vanno a caccia delle future star?

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La clamorosa esclusione dell’Italia dai prossimi mondiali di calcio di Russia 2018 ha lasciato una profonda ferita nei cuori di milioni di tifosi della nostra nazionale. Una profonda delusione e un vuoto che si farà sentire più forte la prossima estate, quando tantissimi appassionati di calcio non potranno assistere alle gesta in diretta televisiva dei nostri azzurri. In questi giorni si è fatto un gran discutere sulle cause che hanno portato a questa inaspettata débacle, portando infine ad una attenta riflessione che ha coinvolto tutto il sistema calcio nazionale, con il chiaro obiettivo di individuare le reali cause della nostra decadenza calcistica. Uno degli ambiti su cui i riflettori si sono puntati è quello del calcio dilettantistico e giovanile, riserva e fulcro dei futuri talenti del calcio italiano, accusato di non riuscire più di individuare e formare nuovi campioni capaci in prospettiva di riportare, un giorno, la nostra nazionale ai massimi livelli. Questo è il settore principale dove operano gli osservatori calcistici, i talent scout che hanno come obiettivo quello di scovare e segnalare i futuri Totti e Del Piero. Lo scouting negli Stati Uniti e nelle grandi nazioni europee è senza dubbio una colonna portante dello sport business calcistico, mentre fatica ad esserlo invece nel nostro paese, dove a stento si riesce a renderlo una professione qualificata. «Per troppo tempo le società sportive si sono affidate all’improvvisazione e a metodologie antiquate», ci rivela Paolo Valente, responsabile marketing della Dreaming Football, giovane realtà dello scouting calcistico che collabora attualmente con il Chievo. «Bisogna applicare un nuovo approccio sistemico – continua Valente – rivoluzionare il modo di valutare i ragazzi e formare personale per un settore che, specie in un periodo di crisi, è assolutamente cruciale». Continua a leggere Com’è difficile scoprire un campione