Le parole di Gigi Buffon, oggi capodelegazione della Nazionale, hanno riaperto una discussione sul presente e sul futuro del calcio italiano. Nell’intervista rilasciata a La Gazzetta dello Sport, l’ex capitano azzurro denuncia vent’anni di occasioni perse, una mancata programmazione strutturale e un’eccessiva fiducia nel proprio passato.
L’intervista inizia descrivendo un’Italia calcistica intrappolata in due mondi che non comunicano: da un lato la convinzione di essere “predestinati”, dall’altro la consapevolezza che il calcio sia cambiato radicalmente. “Sa qual è il problema? Vivere in due mondi che non s’incontrano. Da un lato, in virtù della nostra storia, siamo presuntuosi: pensiamo che tutto ci sia dovuto per grazia divina. Dall’altro però facciamo grandi analisi sull’evoluzione del calcio, sul fatto che non esistano più le piccole, e siamo tutti d’accordo. Ma quando queste ‘piccole’ ti mettono in difficoltà, oppure le batti solo 1-0, ecco che senti: ‘Non si può vincere così, che vergogna…’. E dalla spocchia precipiti nella paura. Una discreta propensione al tafazzismo. Ma è così difficile trovare un equilibrio?“.
Vent’anni perduti
I problemi attuali affondano le radici nei primi Duemila: dopo il 2006, invece di rinnovare modelli tecnici e metodologici, ci si è affidati alla longevità di una generazione straordinaria (Buffon, Totti, Cannavaro). La Spagna e la Francia, pur con cicli diversi, hanno costruito i propri successi su continuità e investimenti coerenti; l’Italia, al contrario, ha preferito vivere di rendita. Al ritorno dal Sudafrica, l’ex portiere della nazionale aveva detto: ‘Qui abbiamo sbagliato qualcosa, non c’è dubbio. Ma attenzione: tra qualche anno ci ritroveremo a festeggiare le qualificazione, non un Mondiale vinto‘. Una provocazione che si trasformata in realtà: “Avevo capito quello che stava succedendo, i cambiamenti in corso più veloci di quanto si pensasse. Era una provocazione, ma fino a un certo punto. Volevo anche che non ci raccontassimo storie che non esistono più… La Francia è una grande da trent’anni, la Spagna da quasi venti, loro sono nel presente. La nostra storia è molto più lunga. Stiamo vivendo un periodo di transizione e non abbiamo capito quale strada prendere. Paghiamo anche gli errori del passato. I risultati di oggi risalgono a venti anni fa, a quando ci siamo adagiati sulla nostra forza, su Buffon, Cannavaro, Totti. Pensando che sarebbe stato eterno per grazia ricevuta. Già allora dovevi ripensare a modelli tecnici e tattici, ma siamo stati cicale“.
La nuova rotta: giovanili e progettualità
Buffon rivendica i cambiamenti avviati in FIGC negli ultimi due anni: risultati nelle giovanili, progetti sperimentati, un’inversione culturale che però richiede tempo e stabilità. Il punto cruciale è l’età formativa: dai 7 ai 13 anni si crea il talento, dai 15 in poi si rifinisce. Abbandonare l’ossessione per il risultato precoce, allenare più abilità, ridurre l’eccesso di tattica: sono proposte che vanno nella direzione delle migliori scuole europee. “Sono in Figc da oltre due anni e non potete negare che qualcosa sta succedendo. Giovanili vincenti, progetti. Ma l’altro giorno sorridevo: se riusciremo a invertire la rotta, non godremo noi dei risultati. Però è una scelta coraggiosa che la politica spesso non fa, attenta ai voti e quindi al tutto e subito, senza pensare alla programmazione. Noi dovevamo farlo, ci vuole pazienza. E comunque: se lavori bene, qualche risultato arriva subito“. Dunque: “Ripartire dal basso: intendo da sette a tredici anni, quando c’è il vero imprinting. Dai quindici anni puoi sempre migliorare, però il talento si forma prima, oltre all’aiuto di madre natura che non trascurerei“.
Alla proposta del giornalista della Gazzetta dello Sport di sostituire il risultato nelle giovanili premiando il gioco e assegnando la vittoria in base agli expected goals, Gigi Buffon risponde: “Noi però siamo cresciuti con i risultati anche da bambini: giocavamo per vincere, poi la tattica ha preso il sopravvento nell’età adolescenziale. Ne parlo spesso con Maurizio Viscidi (coordinatore delle giovanili, ndr): grandi risultati nelle Under, ma a un certo punto la crescita si ferma. Questa nostra vocazione tattica è sicuramente limitante, però ci serve anche a coprire alcune carenze: non è che ci sia uno come Yamal in giro… Ma una cosa è sicura: dobbiamo tornare ad allenare le abilità“.
Il talento esiste, ma fatica a emergere
Dopo la sconfitta con la Norvegia si è acceso un ampio dibattito sulle metodologie di allenamento. A livello internazionale è diffusa l’idea che la diminuzione dei talenti derivi dalla scomparsa del calcio di strada e dal conseguente calo tecnico generale. C’è chi liquida questa tesi come una scusa, ma analisi, ricerche scientifiche ed esperienza sul campo di insegnanti e tecnici ne confermano la fondatezza. Un dibattito che probabilmente nasce da una domanda di fondo: conta di più il talento naturale o la qualità dell’allenamento? Probabilmente in entrambe le osservazioni c’è della verità.
Lo sport in Norvegia
Un dato sorprende emerge alla conclusione dei Giochi Olimpici Invernali: la Norvegia ha conquistato 41 medaglie, più di colossi demografici come Stati Uniti (342 milioni di abitanti) e Cina (1,4 miliardi di abitanti). I 18 ori norvegesi rappresentano il numero più alto mai ottenuto da una nazione nella storia delle Olimpiadi invernali. Il successo della Norvegia non è una novità. I norvegesi hanno vinto il maggior numero di ori in ogni Olimpiade invernale dal 2014 (pareggiando con la Germania nel 2018, con 84 milioni di abitanti).
Se il clima e la conformazione del territorio giocano un ruolo nel successo olimpico invernale della Norvegia, non si spiegano i risultati della nazionale di calcio e il crescente numero di stelle nelle altre discipline sportive. Ad esempio, la Norvegia ha una delle migliori coppie di beach volley al mondo, nota come i “Beach volley Vikings”: Anders Mol e Christian Sørum (hanno vinto il Campionato del Mondo nel 2022 e hanno conquistato il titolo europeo per ben cinque volte).
Sport inclusivo
Come può un paese di soli 5,5 milioni di abitanti superare nazioni molto più popolose? È la domanda che si è posto Tom Farrey in un articolo pubblicato nell’aprile 2019 su The New York Times: in un sistema americano fatto di quote annuali da 3.000 dollari, schiere di allenatori senza licenza e un’industria dello sport giovanile da 16 miliardi di dollari sostenuta dai genitori. Genitori spesso poco informati sulla scienza dello sviluppo atletico e mossi dal timore che il “treno” delle opportunità parta senza i loro figli, spingendoli a impegnarsi tutto l’anno già a otto anni.
Anzitutto, la Norvegia è uno dei Paesi con il più alto reddito pro capite al mondo e lo sport occupa una posizione centrale nella cultura nazionale. Il 93% dei bambini cresce praticando sport organizzato, in un sistema in cui i costi sono contenuti, le barriere economiche d’ingresso ridotte, le squadre itineranti non vengono formate prima dell’adolescenza e la selezione precoce è scoraggiata. Gli adulti non separano sistematicamente i “più forti” dai “più deboli” finché i ragazzi non sono maturati fisicamente e psicologicamente. Solo in una fase successiva i talenti più promettenti intraprendono percorsi di specializzazione. Infatti, a differenza di molti altri sistemi sportivi, la Norvegia evita la specializzazione precoce. Fino ai 12 anni l’obiettivo prioritario è il divertimento, l’esplorazione e la varietà delle esperienze motorie. L’idea di base è che: anticipare pressione agonistica e selezione aumenta il rischio di abbandono prima che il potenziale individuale abbia il tempo di maturare. «Crediamo che la motivazione dei bambini nello sport sia molto più importante di quella dei genitori o degli allenatori», ha dichiarato Inge Andersen, ex segretario generale della Confederazione sportiva norvegese. «Siamo un piccolo Paese e non possiamo permetterci di perderli perché lo sport non è divertente». Non a caso, la Carta dei Diritti dei Bambini nello Sport norvegese attribuisce un valore centrale alla voce dei giovani: ai bambini devono essere offerte opportunità concrete di partecipare alla pianificazione e alla realizzazione delle proprie attività sportive.
L’educazione al movimento
È, in fondo, ciò che accadeva per strada. Lo sport urbano non aveva soltanto un valore coordinativo, piuttosto era un potente motore di educazione al movimento. Consentiva di sperimentare, di cambiare gioco, di misurarsi in contesti diversi, di scoprire gradualmente ciò che appassionava davvero. In questo modo si costruiva un legame autentico con lo sport. Anche lì la competizione era centrale, perché sport e competizione sono inseparabili: sfide improvvisate, squadre di fantasia, punteggi scritti su un foglio. Dopo una sconfitta si tornava ad allenarsi. Competere significa confrontarsi con gli altri e soprattutto con se stessi, superare i limiti, mettersi alla prova, sbagliare e imparare. Un equilibrio che il sistema norvegese sembra aver saputo ricostruire in modo strutturato.
La letteratura scientifica
Questo modello non si fonda soltanto su una convinzione dei norvegesi, ma trova solide basi nella letteratura scientifica. La narrazione tradizionale del bambino prodigio allenato intensamente fin dall’infanzia, destinato a dominare da adulto è affascinante, ma rappresenta più l’eccezione che la regola. Un vasto studio, pubblicato su Science e ripreso nel numero di gennaio di The Economist, coordinato da Arne Güllich, ha esaminato oltre 34.000 professionisti d’élite in vari settori, dallo sport agli scacchi, dalla musica al mondo accademico. I risultati mettono in discussione la “credenza popolare”: i migliori adolescenti, spesso sottoposti a specializzazione e allenamento intensivo precoci, raramente diventano le vere superstar da adulti. Circa il 90% degli adulti eccezionali non era stato un talento straordinario da bambino; solo una piccola minoranza dei migliori giovani è poi diventata realmente dominante in età adulta. Le prestazioni precoci non solo non predicevano il successo futuro, ma risultavano talvolta correlate negativamente con esso. Al contrario, gli atleti di massimo livello avevano praticato più discipline a buon livello per un periodo più lungo, mantenendo interessi ampi prima di specializzarsi. Quando infine sceglievano una disciplina specifica, progredivano più rapidamente, mostrando una maggiore “efficienza dell’allenamento” ovvero si specializzavano meglio rispetto a quelli che nell’infanzia erano considerati dei talenti.
Lo sviluppo del talento: un processo multifattoriale
Tuttavia, l’idea che il talento non dipenda esclusivamente dal gioco spontaneo è coerente con la ricerca scientifica: lo sviluppo del talento è un processo multifattoriale e progressivo, non il risultato di un singolo elemento. Gli studi sul talent development mostrano che le prestazioni d’élite derivano dall’interazione tra educazione al movimento, quantità e qualità della pratica, caratteristiche fisiche e biologiche, abilità cognitive e decisionali, fattori psicologici (motivazione e resilienza), supporto familiare, contesto socio-economico e qualità di coaching e infrastrutture. Il percorso è graduale, fatto di fasi e adattamenti. La specializzazione precoce non garantisce il successo e prevedere a 8 o 10-12 anni chi diventerà un atleta di alto livello è estremamente difficile. Dalla ricerca (e dall’esempio norvegese) emerge piuttosto un possibile modello per il mondo sportivo di ogni paese: ampliare l’accesso allo sport libero nell’infanzia investendo nelle infrastrutture scolastiche, investire sulla qualità dell’allenamento (con attenzione allo sviluppo delle abilità come ha ricordato Buffon) e avere pazienza nei tempi di maturazione.
In Italia, però, l’accesso resta il punto critico, soprattutto nel Sud, dove carenze infrastrutturali e difficoltà economiche riducono la base dei praticanti. Dunque, per rispondere alla domanda iniziale, talento e qualità dell’allenamento sono due facce della stessa medaglia. Più che inseguire precocemente un presunto “talento puro”, occorrerebbe costruire un sistema inclusivo capace di coltivare e sviluppare nel tempo i talenti del futuro.
Calciatori Italiani in Serie A
Distribuzione regionale – 175 calciatori italiani, solo 17 nati nelle regioni del Sud
Distribuzione per Regione
| Regione | Scuole Calcio | Allenatori | Dirigenti |
|---|---|---|---|
| Campania | 81 | 886 | 9.897 |
| Puglia | 303 | 905 | 7.852 |
| Molise | 34 | 152 | 1.416 |
| Calabria | 33 | 509 | 5.198 |
| Sicilia | 135 | 981 | 8.442 |
| Basilicata | 13 | 195 | 1.906 |
Calciatori Evidenziati
| Nome | Squadra |
|---|---|
| Sebastiano Luperto | Cremonese |
| Michele Collocolo | Cremonese |
| Gennaro Borrelli | Cagliari |
| Domenico Berardi | Sassuolo |
| Antonino Gallo | Lecce |
Informazioni Aggiuntive
- Totale calciatori italiani in Serie A: 175
- Calciatori nati nelle regioni del Sud: 17
- Stadi Euro 2032: 5 città in collaborazione con la Turchia (Roma, Milano, Torino, Firenze + Cagliari)
Fonte: Mezzogiorno al buio, Corriere dello sport del 12-02-2026