I GPS, anche quelli di ultima generazione, sono davvero in grado di quantificare il carico di allenamento del portiere? Capire come funzionano è il modo migliore per farsi trovare pronti.
Cosa sono i GPS nel calcio
I sistemi GPS (Global Positioning System) applicati al calcio sono piccoli dispositivi, di solito alloggiati in un taschino tra le scapole, dentro un corpetto aderente. Non sono altro che ricevitori che dialogano con i satelliti e ricostruiscono la posizione dell’atleta nel tempo. Dalla sequenza di posizioni si ricavano tutte le metriche che ormai conosciamo: distanza totale percorsa, distanza nelle varie fasce di velocità, numero di sprint, velocità di picco, accelerazioni e decelerazioni.
A cosa servono in concreto?
Servono a misurare il carico esterno, cioè il lavoro fisico svolto. E, per un giocatore di movimento, gran parte di ciò che conta dal punto di vista del carico passa proprio dalla locomozione (quanto ha corso, a che intensità, quante volte ha cambiato passo, ecc.). Un esterno che “fa la fascia”, un mediano che “riempie l’area e torna”, un attaccante che “attacca la profondità”: il loro lavoro è fatto in larghissima parte di spostamento nello spazio. Misurando bene quello spostamento, il GPS cattura una fetta enorme del loro carico.
Carico interno e carico esterno
Prima di andare avanti, però, serve fare una distinzione tra carico esterno e carico interno. Il carico esterno è il lavoro fisico prescritto o svolto. In sostanza, è la dose: lo stimolo che il preparatore programma e somministra. Il carico interno è invece la risposta psicofisiologica dell’organismo a quella dose: frequenza cardiaca, TRIMP*, sRPE**, variabilità della frequenza cardiaca, lattato. L’immagine più semplice è quella del farmaco. Il carico esterno è il milligrammo che prescrivi; il carico interno è l’effetto che quel milligrammo produce su quel paziente specifico, in quel giorno specifico. La stessa identica dose può dare effetti molto diversi a seconda di forma, fatica accumulata, caldo, sonno, stato emotivo.
Carico esterno e carico interno si completano. È guardandoli insieme che capiamo cosa è accaduto in campo. Messi a confronto, ci dicono non solo qual è stata la risposta, ma anche da che cosa è nata. Resta, sullo sfondo, la capacità dell’allenatore e del preparatore dall’occhio allenato di intuire in anticipo che cosa diranno i numeri.
Perché il GPS funziona con il giocatore di movimento
Sul giocatore di movimento il GPS fotografa proprio ciò che in quei ruoli pesa di più (la corsa nello spazio) e la corsa, in questi atleti, va a braccetto con la risposta dell’organismo. Banalmente: quando un centrocampista macina chilometri e cambi di ritmo, la frequenza cardiaca sale, la fatica percepita sale, lo sforzo dell’organismo cresce di pari passo con il lavoro fatto. Ecco perché basta poco per completare il quadro. Ai numeri del GPS è sufficiente affiancare una misura interna semplice (la fatica percepita di fine seduta, oppure una fascia cardio) e il monitoraggio si chiude con buona affidabilità.
La prestazione del portiere: un altro sport, dentro lo stesso campo
La prestazione del portiere ha richieste uniche e il GPS, da solo, non riesce a coglierle fino in fondo. Gli sfuggono i posizionamenti brevi, i movimenti esplosivi e multidirezionali, le tenute isometriche e gli stress meccanici sui muscoli e sui tendini dei gesti tecnici, carichi di una forte componente cognitiva.
Inoltre, il numero uno percorre all’incirca metà della distanza di un compagno di movimento (in media 4–6 km a partita). E la copre in modo diverso: per lo più camminando o a bassa intensità, non a strappi come gli altri. L’alta intensità si ferma intorno all’1% del tempo; gli sprint, poi, hanno un volume minimo: appena 11 ± 12 m per gara. Le società professionistiche disporranno certamente di dati propri, con valori in parte diversi. È probabile, però, che le differenze non siano così marcate da cambiare il quadro.
Anche il carico interno fondato sulla frequenza cardiaca (FC) si lascia interpretare con difficoltà con i portieri. Le ragioni sono fisiologiche. La FC risponde con un certo ritardo ai cambi rapidi di intensità facendo fatica a rendere conto del lavoro anaerobico-alattacido. In questi scenari, il cuore non ha il tempo di riflettere l’intensità reale del gesto. A questo si aggiunge un secondo fattore: la frequenza cardiaca risente della componente emotiva. Può capitare di vederla salire in assenza di un vero impegno locomotorio, sotto la sola spinta della tensione o dell’attesa.
Dunque, entrambi gli approcci tradizionali (il carico esterno misurato dal GPS e il carico interno stimato dalla frequenza cardiaca) presentano un punto cieco proprio là dove occorrerebbe vedere con maggiore nitidezza per valutare il carico di allenamento del portiere.
Cosa sono i sistemi IMU e cosa aggiungono
IMU sta per Inertial Measurement Unit, unità di misura inerziale: è un piccolo sensore (spesso lo stesso chip già integrato nei GPS moderni). Al suo interno combina un accelerometro (misura le accelerazioni lineari sui tre assi), un giroscopio (misura le velocità angolari, cioè le rotazioni) e di solito un magnetometro (l’orientamento). A differenza del GPS, l’IMU non ha bisogno dei satelliti e non misura la posizione: misura direttamente come si muove il corpo, in ogni direzione, anche stando fermi sul posto.
Su questa base sono nati strumenti pensati apposta per il ruolo, che restituiscono metriche come numero di tuffi, balzi, tempo necessario a rialzarsi e così via. Accanto a queste metriche-evento, i software propongono spesso anche un unico valore sintetico di carico accelerometrico, pensato per riassumere “quanto” ha lavorato il portiere. In sostanza, questi dispositivi danno informazioni soprattutto sulla componente meccanica del carico esterno.
Proprio qui nasce il primo limite, di natura concettuale. Quel valore sintetico è un indice accelerometrico e può trarre in inganno, perché si tende a leggerlo come se raccontasse il carico interno del portiere, mentre descrive soprattutto la componente meccanica del carico esterno. Scambiarlo per una misura dello sforzo reale può portare a sovraccaricare o a scaricare il portiere nel momento meno opportuno. L’IMU non misura direttamente lo stress fisiologico, e ancor meno quello cognitivo, emotivo legato alla prestazione tecnica, che per un portiere sono probabilmente la quota di fatica più pesante.
Il secondo limite riguarda la validazione. Diverse metriche specifiche del portiere disponibili nei software non hanno ancora lo stesso livello di validazione indipendente, pubblicata e replicata delle metriche GPS più tradizionali. A questo si aggiunge che molti di questi valori derivano da algoritmi proprietari, ai quali i ricercatori non hanno accesso e di cui quindi non possono verificare in modo indipendente la correttezza.
GPS e IMU riescono a monitorare il carico di allenamento del portiere?
Secondo una recente review, se l’obiettivo è quantificarlo con lo stesso rigore scientifico applicato ai giocatori di movimento, allo stato attuale non sembra possibile: non esiste ancora una tecnologia validata in grado di farlo. Questi dispositivi offrono metriche specifiche per il ruolo, ma senza una validazione indipendente paragonabile a quella delle metriche usate per gli altri giocatori. Da una parte, infatti, il carico esterno misurato resta un dato imperfetto, che coglie soprattutto la componente meccanica; dall’altra, gli indicatori interni come frequenza cardiaca e percezione dello sforzo sono utili ma anch’essi imperfetti, e poco sensibili alla fatica specifica del portiere, dove la componente cognitiva, emotiva e tecnica pesa in modo particolare, probabilmente più della sola dimensione fisica. Confrontare due misure imperfette non restituisce automaticamente una quantificazione precisa. Di conseguenza il dato va interpretato con cautela, perché il margine di errore resta ampio.
Se invece l’obiettivo è avere un riscontro alla propria stima e, con i dati raccolti nel tempo, contribuire allo sviluppo e alla futura validazione di questi dispositivi, allora i sensori IMU trovano la loro collocazione più appropriata. Fermo restando che l’allenatore dei portieri una stima della componente meccanica del carico esterno la ottiene già in sede di programmazione, ragionando su quanti tuffi, quante uscite alte, quante doppie parate prevede nella seduta.
*TRIMP (Training Impulse) è un indice che riassume il carico combinando la durata dell’allenamento e l’intensità della frequenza cardiaca. In pratica più a lungo ti alleni e più alto tieni il battito, maggiore è la “dose” di stimolo che il cuore ha ricevuto.
**RPE sta per Rating of Perceived Exertion, cioè la fatica percepita. In pratica, a fine seduta si chiede all’atleta: “quanto è stato duro questo allenamento?”, e lui risponde con un numero su una scala (di solito da 1 a 10, la scala di Borg modificata). La “s” davanti sta per session: si prende quel valore di fatica percepita e lo si moltiplica per la durata della seduta in minuti. Il limite è che è soggettivo: dipende dall’umore, dal carattere dell’atleta, dal momento in cui glielo chiedi e da quanto ricorda. Per questo va raccolto con metodo (di solito 15-30 minuti dopo la fine, per non farsi influenzare solo dall’ultimo sforzo).
Fonti scientifiche
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