Il portiere è il giocatore di cui si parla meno e da cui dipende di più. Per questo, quando Roberto Beccantini gli ha dedicato un articolo sul Corriere dello Sport, lo abbiamo letto con attenzione. Qui trovate i suoi argomenti e le sue osservazioni sui portieri italiani, sulla nostra grande storia e sul ruolo del portiere oggi.
Il ruolo che si nota solo quando conta
Il portiere è il giocatore che sta davanti alla porta e deve fermare la palla con le mani per non farla entrare. È un lavoro importantissimo. Se lui non c’è, gli avversari fanno gol quando vogliono. Eppure c’è una cosa strana. Quando finisce la partita e si parla di chi ha giocato bene, si parla quasi sempre degli attaccanti, di quelli che hanno segnato. Del portiere quasi mai. Ci si ricorda di lui solo in due casi: se fa una parata pazzesca, da supereroe, o se combina un errore grosso e la palla gli passa sotto le gambe.
E forse anche per questo, quando si tratta di celebrare i migliori calciatori in assoluto, i portieri finiscono quasi sempre in secondo piano. Il Pallone d’Oro lo dimostra bene. Dalla sua prima edizione, nel 1956, solo un portiere è riuscito a vincerlo, Lev Jashin nel 1963. Altri grandissimi ci sono andati vicino. Dino Zoff e Gigi Buffon sono arrivati secondi, mentre Oliver Kahn, Manuel Neuer e Ivo Viktor si sono fermati al terzo posto. Potrebbe significare che chi decide chi è il più forte del mondo guarda quasi sempre chi fa gol, e quasi mai chi i gol li impedisce.
Se quest’anno guardassimo un po’ di più i portieri?
Guardando le squadre italiane, Beccantini si accorge di una cosa. I portieri delle squadre più forti, come quelle di Milano e di Roma, non sono italiani, vengono da altri paesi. È come se le nostre squadre, per il giocatore che sta in porta, andassero sempre a cercare lontano, come se pensassero che quelli italiani non siano abbastanza bravi. Per questo Beccantini dice che la “scuola italiana” dei portieri è in crisi. Vuol dire che l’Italia, una volta famosissima per i suoi portieri fortissimi, oggi fa fatica a trovarne uno italiano titolare nelle squadre importanti. Tutto è cominciato nel 1990, quando il Parma prese un portiere brasiliano, Claudio Taffarel. Allora era una cosa rara. Da quel giorno tante altre squadre hanno fatto lo stesso, e oggi comprare o vendere un portiere straniero è normalissimo. E la cosa buffa è che proprio il Parma, quest’estate, ha venduto il suo portiere giapponese, Zion Suzuki, all’Aston Villa per una cifra importante, dopo che era stato seguito anche dalla Juventus.
Un patrimonio così, oggi, fatica a trovare eredi.
Il paradosso italiano è che di portieri vincenti ne abbiamo avuti in ogni epoca. Giuliano Sarti è l’unico portiere italiano ad aver giocato quattro finali di Coppa dei Campioni, con la Fiorentina nel 1957 e con la Grande Inter nel 1964, 1965 e 1967, vincendone due [1][2][3]. Stefano Tacconi, con la Juventus, ha vinto Coppa delle Coppe nel 1984, Coppa dei Campioni nel 1985 e Coppa UEFA nel 1990, oltre a Supercoppa europea e Intercontinentale: l’unico portiere ad aver vinto tutte le competizioni UEFA per club esistenti all’epoca [4][5][6][7]. Angelo Peruzzi ha vinto Coppa UEFA nel 1993 e Champions League nel 1996 con la Juventus, oltre a Supercoppa europea e Intercontinentale, ed era nella rosa dell’Italia campione del mondo nel 2006 [8][9][10]. Poi Marchegiani, Pagliuca, Zenga. E i due monumenti: Zoff, campione d’Europa nel 1968 e campione del mondo nel 1982, unico italiano ad aver vinto entrambi i titoli [11], e Buffon, campione del mondo nel 2006, miglior portiere di quel Mondiale [12] e cinque volte miglior portiere del mondo per l’IFFHS [13]. Oggi il miglior portiere italiano, Gianluigi Donnarumma, gioca all’estero, nel Manchester City.
Più compiti, meno margine d’errore
Le regole del calcio cambiano di continuo, e lo sappiamo tutti: il portiere è sempre stato il ruolo più colpito dai nuovi regolamenti. Con le regole sono cambiate le tattiche, e con le tattiche le richieste. Oggi il portiere non deve solo parare ma deve anche partecipare alla costruzione e giocare con i piedi. Di conseguenza aumentando le richieste si è più esposti all’errore, più frequente rispetto al passato. Secondo Beccantini questa trasformazione si somma ad altri fattori. Il mercato è internazionale e i procuratori possono proporre i loro portieri a qualsiasi club del pianeta, e chi li rappresenta li spinge dove conviene. I giovani italiani, portieri compresi, costano spesso più di uno straniero già pronto, oppure per ragioni amministrative conviene comunque lo straniero. All’estero, poi, hanno più coraggio a mettere in porta un ragazzo e a lasciarlo sbagliare. C’è anche una questione tecnica: la figura del preparatore dei portieri è in decadenza.
Poi c’è il capitolo dei calci d’angolo e delle punizioni che piovono in area, dove il portiere rischia grosso. I giocatori di movimento sono diventati molto più fisici, come abbiamo visto in un nostro precedente articolo, e in area si vedono strategie costruite apposta per bloccare il portiere. Di conseguenza, il rischio di scontri violenti è altissimo. Persino in Inghilterra, dove il contatto è sempre stato tollerato, ci si chiede se non serva proteggere di più il portiere. La regola per punire questi blocchi esiste (Regola 12 del Regolamento del Giuoco del Calcio, pag. 93), ma molto raramente viene applicata dagli arbitri.


Il peso della maglia
Quest’anno qualche portiere italiano ha una chance in Serie A. Il nome più importante è Guglielmo Vicario, che dopo le difficoltà al Tottenham torna in Italia e riparte dalla Juventus. Beccantini ricorda che le maglie pesano e che alcune, citando “La fattoria degli animali” di Orwell, pesano più delle altre. È il caso della Juventus. Nelle grandi squadre con una lunga tradizione di portieri forti, difendere la porta significa aspettative più alte, un’attenzione mediatica superiore e quindi molta più pressione. È un peso che l’atleta deve riconoscere e vivere senza esitazioni, perché fa parte del ruolo. Ma il punto del giornalista sembrerebbe essere è un altro. La maglia del numero uno pesa a prescindere dalla squadra. Lo hanno dimostrato le incertezze di alcuni portieri di club meno titolati. Il ruolo stesso espone il portiere più degli altri, perché ogni incertezza può trasformarsi immediatamente in un gol.
Fonti
- UEFA.com, “È morto Giuliano Sarti, portiere della Grande Inter”: https://it.uefa.com/news-media/news/023a-0e973c0a59bc-60c851970647-1000–e-morto-giuliano-sarti-portiere-della-grande-inter/
- Finale Coppa dei Campioni 1957: https://en.wikipedia.org/wiki/1957_European_Cup_final
- Finale Coppa dei Campioni 1967: https://en.wikipedia.org/wiki/1967_European_Cup_final
- Juventus Hall of Fame, Stefano Tacconi: https://halloffame.juventus.com/it/hall-of-fame/stefano-tacconi
- Finale Coppa delle Coppe 1984: https://en.wikipedia.org/wiki/1984_European_Cup_Winners%27_Cup_final
- Finale Coppa dei Campioni 1985: https://en.wikipedia.org/wiki/1985_European_Cup_final
- Finale Coppa UEFA 1990: https://en.wikipedia.org/wiki/1990_UEFA_Cup_final
- Finale Coppa UEFA 1993: https://en.wikipedia.org/wiki/1993_UEFA_Cup_final
- Finale Champions League 1996: https://en.wikipedia.org/wiki/1996_UEFA_Champions_League_final
- Rose del Mondiale 2006: https://en.wikipedia.org/wiki/2006_FIFA_World_Cup_squads
- Dino Zoff: https://www.fifa.com/it/tournaments/mens/worldcup/articles/dino-zoff-italia-mondiali-1982-intervista
- Premi ufficiali dei Mondiali FIFA: https://en.wikipedia.org/wiki/FIFA_World_Cup_awards
- IFFHS World’s Best Goalkeeper: https://en.wikipedia.org/wiki/IFFHS_World%27s_Best_Goalkeeper
LA SCUOLA ITALIANA DEI PORTIERI STA PERDENDO LA PROPRIA IDENTITÀ
Ho letto con grande interesse le riflessioni di Roberto Beccantini sulla situazione attuale dei portieri italiani. È un tema che, da allenatore dei portieri, sento particolarmente vicino e sul quale credo sia necessario andare oltre la semplice constatazione che oggi molti grandi club italiani scelgono portieri stranieri.
Perché il problema, a mio avviso, non è lo straniero.
Il problema è che stiamo rischiando di non sapere più esattamente cosa significhi formare un portiere italiano.
L’Italia ha costruito una tradizione straordinaria nel ruolo. Sarti, Zoff, Zenga, Tacconi, Pagliuca, Peruzzi, Buffon e tanti altri hanno rappresentato una vera cultura del portiere. Non erano semplicemente grandi interpreti tecnici: erano il prodotto di una scuola che aveva sviluppato una precisa identità.
Una scuola capace di insegnare al portiere a leggere il gioco, interpretare la situazione, gestire lo spazio, assumersi responsabilità e soprattutto essere decisivo quando la partita lo richiedeva.
Oggi, invece, mi sembra che questa identità si stia progressivamente diluendo.
Il calcio è cambiato e il portiere è cambiato con esso. Oggi deve difendere la profondità, partecipare alla costruzione, giocare con i piedi, occupare spazi diversi, interpretare la linea difensiva, riconoscere le intenzioni dell’avversario e prendere decisioni in tempi sempre più brevi.
Ma attenzione: essere un portiere moderno non significa semplicemente saper giocare bene con i piedi.
Questo è uno degli equivoci metodologici più pericolosi.
Il portiere moderno deve essere prima di tutto un giocatore capace di percepire, decidere e agire.
La tecnica rimane fondamentale, ma deve essere funzionale alla situazione. La postura, gli appoggi, la posizione, la spinta, la presa, la deviazione, il gioco con i piedi non possono essere allenati come gesti isolati dal contesto.
Devono essere collegati alla percezione e alla decisione.
Ed è proprio qui che credo si trovi una parte della nostra difficoltà.
Abbiamo rischiato di trasformare la formazione del portiere in una ricerca esasperata della tecnica perfetta, dimenticando che il portiere non deve eseguire un gesto in condizioni ideali: deve risolvere continuamente problemi in condizioni di incertezza.
Il calcio non gli presenta situazioni identiche.
Gli presenta informazioni.
E il portiere deve saperle leggere.
Da dove arriva la palla? Qual è la velocità dell’attacco? Quanto è aperta la situazione? Dove sono i compagni? Qual è la posizione dell’avversario? Quale spazio devo difendere? Devo uscire, aspettare, arretrare, giocare corto o lungo?
Prima della tecnica c’è una scelta.
E prima della scelta c’è una percezione.
Percepire. Decidere. Proteggere.
Questa, per me, è l’essenza del portiere moderno.
Per questo non credo che la soluzione sia semplicemente aumentare gli allenamenti specifici o replicare modelli stranieri. Dobbiamo piuttosto recuperare una nostra cultura e aggiornarla.
La grande scuola italiana non deve essere nostalgicamente riportata al passato.
Deve essere evoluta.
Dobbiamo recuperare la capacità di formare portieri completi, intelligenti, autonomi, capaci di interpretare il gioco e non soltanto di riprodurre movimenti.
E qui entra in gioco anche la figura dell’allenatore dei portieri.
Non possiamo più considerarlo esclusivamente come lo specialista della tecnica della parata. Il preparatore moderno deve conoscere metodologia dell’allenamento, percezione, processi decisionali, tattica, analisi della prestazione e relazione tra comportamento individuale e contesto di gioco.
Deve essere capace di costruire ambienti di apprendimento nei quali il portiere non sappia soltanto come fare, ma soprattutto quando, perché e con quale soluzione farlo.
Forse allora il problema non sarà più chiederci perché i grandi club italiani acquistano portieri stranieri.
Dovremo invece chiederci:
che cosa stiamo facendo oggi per costruire il prossimo Zoff, il prossimo Buffon, il prossimo grande portiere italiano?
Perché una scuola non si misura soltanto dai campioni che ha prodotto nel passato.
Si misura dalla capacità di continuare a produrne nel futuro.
E credo che sia proprio questa la sfida che abbiamo davanti.
Non difendere una tradizione.
Dare un futuro alla nostra tradizione.
Ciao Antonio, grazie per il commento ricco di argomenti. Da quello che ci sembra di capire, per te la tecnica è fondamentale, ma non andrebbe allenata in maniera isolata, bensì nel contesto. È un discorso assolutamente ragionevole, e proprio ragionando sulla catena percezione–decisione–azione ci piacerebbe provare a ribaltare per un attimo la prospettiva, per capire insieme dove ci porta.
Quando il portiere esegue una parata (pensiamo a un tuffo su un tiro da dieci metri) il tempo a disposizione per percepire, decidere e agire è estremamente ridotto. Così ridotto che, verosimilmente, buona parte di quella risposta motoria non viene “costruita” sul momento, ma attinge a schemi già automatizzati in allenamento. Ed è qui che, secondo noi, emerge un possibile paradosso che vale la pena discutere. Come posso avere risposte motorie automatizzate a disposizione, se non le ho apprese e consolidate in precedenza? Il tema, insomma, è complesso, ma forse più lineare di quanto a volte non lo si faccia apparire.
Un tentativo di spiegazione lo troviamo in Weineck che, riprendendo Schnabel, propone una gerarchia tra le capacità che stanno alla base della regolazione e del controllo del movimento, presupposti per poter applicare i gesti tecnici in situazioni e contesti diversi. In questa visione, la capacità di apprendimento motorio sarebbe gerarchicamente sovraordinata rispetto alle altre: prima si impara cosa fare, e solo dopo si pongono i problemi dell’esecuzione e dell’organizzazione situazionale. Detto altrimenti: senza la capacità di apprendere un movimento, immagazzinarlo e recuperarlo in funzione della situazione, le capacità di regolazione, adattamento e ristrutturazione faticherebbero ad esprimersi, perché mancherebbe la base su cui operare.
Se ci pensiamo, è un’idea che trova riscontro nello sport in generale e soprattutto in quelli fortemente situazionali. Proviamo a immaginare un surfista: l’onda è sempre diversa, il contesto è per definizione mutevole. Eppure, chi sale per la prima volta sulla tavola difficilmente riuscirà a governarla. Dovrà prima apprendere le tecniche per sollevarsi e mantenere l’equilibrio e quindi, verosimilmente, si allenerà in maniera specifica proprio su quell’aspetto. Magari iniziando vicino alla riva, dove l’onda è poca o assente, imparando prima di tutto a stare in piedi sulla tavola in condizioni semplificate. Solo successivamente potrà trasferire quanto appreso nella situazione reale, imparando a sollevarsi e a restare in equilibrio con l’onda. C’è, insomma, una progressione di apprendimenti che precede e rende possibile la prestazione nella situazione reale. Qualcosa di simile, ci pare, vale per il portiere e per le sue prese, così come varrebbe per chi volesse eseguire un salto mortale: se non ne possiedo le basi, difficilmente la sola richiesta situazionale “fai un salto mortale” potrà generare il gesto.