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Claudio Filippi: L’allenamento del numero1

La redazione pubblica l’intervista a cura de Il Nuovo Calcio a Claudio Filippi.

Sette anni di Juventus, arrivato con Gigi Delneri, rimasto nell’era Conte e ora con Massimiliano Allegri: parliamo di Claudio Filippi, responsabile dell’area portieri della società bianconera e allenatore dei numeri uno della prima squadra, Gianluigi Buffon, Neto e Emil Audero. Storico collaboratore de Il Nuovo Calcio, l’abbiamo ascoltato per fare un po’ il punto della situazione sull’universo portieri, sugli aspetti metodologici, sull’evoluzione del ruolo e per avere qualche anticipazione sul suo ultimo lavoro editoriale, curato insieme a Daniele Borri, in uscita proprio a ottobre, intitolato “La tecnica del portiere”.

Un ruolo particolare il tuo, non solo mister dei portieri della prima squadra…
«Sì, infatti seguo l’andamento di tutti i numeri uno della società. Mi occupo appunto della selezione e delle scelte metodologiche in sede di allenamento correlate agli aspetti fisici, tecnici, tattici e psicologici. Collabora con me in prima persona Claudio Maiani e insieme agli allenatori dei portieri delle fasce agonistiche e dell’attività di base abbiamo formato un importante gruppo di lavoro, che si riunisce costantemente per visionare allenamenti, analizzare i progressi dei nostri portieri, discutere di metodiche e valutare e scegliere eventuali nuovi talenti. E a tal proposito, nell’area osservatori della Juve vi sono tre persone che si occupano unicamente dello scout degli estremi difensori: sono Massimiliano Colucci e Nicola Pavarini per l’Italia e l’estero, mentre Tommaso Dattila lavora su Torino e in Piemonte.»

Cosa valutate nel momento della scelta di un portiere?
«Sono diversi gli aspetti da considerare: devono essere atleti con buone capacità motorie, abili nella gestione del pallone con le mani e strutturati fisicamente per il ruolo. Queste sono le priorità. Poi, è chiaro che verifichiamo come sanno “leggere” le traiettorie, come giocano coi piedi e via dicendo…»

Mi sembra di capire che vi sono linee metodologiche comuni all’interno del vivaio bianconero?
«Certo. Tecnica e didattica di allenamento devono essere chiari a tutti gli allenatori dei portieri che operano nel settore giovanile. Abbiamo dei video dimostrativi per i vari gesti tecnici, progressioni didattiche condivise, anche se poi il singolo allenatore ha la libertà di proporre le esercitazioni che ritiene opportune. Però, la tecnica esecutiva propria del ruolo è quella e tutti dobbiamo insegnarla nello stesso modo. Anzi, mi correggo: dobbiamo insegnarla con costanza e impegno perché, ultimamente, è stata un po’ messa da parte.»

Hai parlato di tecnica propria del ruolo: è anche vero che negli ultimi tempi il lavoro con la squadra ha preso sempre più piede…
«Sì, è corretto. Il portiere è infatti parte integrante del gruppo squadra e l’allenatore, per lavorare sulla costruzione dal basso, sul possesso e sulle situazioni difensive, ad esempio, ne ha bisogno. Anzi, è un aspetto positivo che la metodologia sia andata in questa direzione. Però, è innegabile che il numero uno deve… parare. Questo è il suo primo compito e da questo si valuta la bontà o meno di un portiere. Il resto è fondamentale, assolutamente, però è tra i pali che deve fare la differenza. E per farlo crescere e mantenerlo in forma il lavoro individuale è imprescindibile. Inoltre…»

Prosegui pure…
«Lo ricordo sempre a tutti quando mi capita di partecipare ad aggiornamenti o riunioni: il responsabile della squadra è l’allenatore, il tecnico dei portieri è un suo collaboratore. Le linee guida e le scelte sono del mister. Il bravo allenatore dei portieri deve conquistare la sua fiducia, dialogare con lui e far notare i progressi; però, tutte le decisioni spettano all’allenatore.»

Come siete organizzati per la match analysis? Ne fate una specifica per i numeri uno?
«Certo, abbiamo un software dedicato, con due telecamere posizionate appositamente per darci una vista da vicino e una dall’alto. Analizziamo gli aspetti positivi e gli errori. Inoltre, riprendiamo tutti gli allenamenti e le gare amichevoli. Mostro tutto ai portieri? Non è detto, dipende dalla situazione e dal momento. Sicuramente, ne parlo con il diretto interessato e non con tutto il gruppo dei numeri uno. Lo ritengo più efficace. Ci vuole sempre una certa sensibilità.»

Per quanto riguarda gli avversari?
«Questa è invece una riunione “collettiva”. Studiamo le caratteristiche degli attaccanti, le modalità con cui preparano le situazioni da palla ferma, i rigoristi più probabili. Queste informazioni sono importanti.»

E sempre a proposito di nuove tecnologie… vi sono gli scudi, la “lanciapalloni”: qual è il tuo rapporto?
«Parto da un concetto: questi strumenti non devono essere usati per moda! Devono essere utilizzati perché efficaci in allenamento, perché ripetono in modo simile qualche aspetto della partita che è irriproducibile dal solo allenatore dei portieri. Lo scudo, per esempio, nasce dall’esigenza di simulare dei colpi di testa, mentre la lancia palloni soprattutto le conclusioni da lontano. Ad alto livello, i particolari fanno la differenza e capirete facilmente, ad esempio per i tiri da lontano, che è praticamente impossibile allenarli anche avendo in squadra dei tiratori con quella caratteristica. Il calciatore in questione non potrebbe certo effettuare 20 o 30 tiri da 25 metri per portiere. Ecco dove diventa importante la tecnologia.»

Parlando di tecnica del portiere, ultimamente anche con l’arrivo di numerosi numeri uno stranieri si sta diffondendo la croce iberica. Cosa ne pensi?

«Per essere precisi, la “croce” è una modalità d’intervento abbastanza “vecchia”, la utilizzava addirittura Ubaldo Fillol, portiere argentino negli anni ‘70-80. È tornata prepotentemente alla ribalta per le nuove regole, che fortunatamente quest’anno sono state modificate: espulsione, rigore e squalifica in caso di uscita fallosa in area erano una condanna. E allora qualcuno ha preferito sfruttare la “croce”. Come tutto, ha dei pro e dei contro. A me però non piace perché è una situazione in cui il portiere ha un atteggiamento passivo, si oppone al tiratore facendosi “colpire”; io amo i portieri attivi, che possano reagire alla situazione di 1>1. Ma usare le tecniche a croce, a spaccata, in attacco alla palla o di posizione di attesa di nostra tradizione sono falsi problemi… l’importante è che il numero uno sappia scegliere il tempo per un’uscita bassa o rimanere in piedi. Per tutti questi motivi, nel nostro settore giovanile non la insegniamo.»

Si parla spesso dell’allenamento della forza nei portieri, come si può sviluppare?
«Paradossalmente è il “problema” più grande di tutti gli allenatori dei portieri, anche dilettanti che si allenano due volte a settimana. A questi voglio rivolgermi ponendo loro una domanda: se voi allenaste i vostri portieri solo con lavori tecnici, fareste anche “forza”? Certo che sì. In più, il vostro intervento è maggiormente identificabile e più utile alla squadra se un portiere blocca bene un pallone piuttosto che se salta 2-3 centimetri in più. Comunque, a tutti gli miei colleghi consiglio di sfruttare delle esperienze dei preparatori atletici che hanno la possibilità di aiutarli. Nella Juventus mi avvalgo della competenza e disponibilità di Duccio Ferrari Bravo, con il quale condividiamo ogni aspetto, ovviamente individualizzato, dell’allenamento preventivo e prestativo dei nostri numeri uno.»

Passiamo ad altri consigli per chi lavora nei dilettanti: come si possono stimolare attenzione e concentrazione?
«L’attenzione e la concentrazione si sollecitano con l’intensità dell’allenamento che è molto più efficace di mille parole. Per tenere i numeri uno sempre “sul pezzo” sono necessarie sedute interessanti e motivanti. A proposito, fammi ribadire un concetto a me molto caro: evitiamo doppi, tripli o addirittura quadrupli interventi… consecutivi, magari preceduti da saltini, saltelli, balzi, capovolte o skip. Tutto deve partire dal modello prestativo che è riferito alla partita. Ti faccio un semplice esempio…»

Prego mister…
«Pensa a una doppia parata. Succede che il portiere respinga una conclusione e poi si debba rialzare e cercare di fermare un secondo tiro. Da dove arriva quest’ultimo? Quasi sempre dalla stessa parte verso cui è stata indirizzata la palla. Ecco che ha poca utilità in sede di allenamento far eseguire un primo intervento a destra ad esempio, e poi calciare un pallone dall’altro palo, a sinistra. Accade raramente in gara.»

Di questo si parla nel tuo libro, vero?
«Sì! È una rielaborazione con alcune aggiunte importanti degli articoli pubblicati su Il Nuovo Calcio insieme a Daniele Borri, mio collaboratore di campo in prima squadra e allenatore dei portieri U13 della Juventus. È un manuale di tecnica calcistica per i portieri in cui, con delle sequenze fotografiche, vengono mostrate le esecuzioni dei diversi fondamentali. La tecnica va conosciuta prima di tutto e poi in- segnata con le giuste progressioni didattiche. L’allenamento non può essere caotico, una sorta di minestrone in cui si fa tutto e di più. Deve essere un momento addestrativo in cui l’allenatore cura i particolari, le esecuzioni, un momento in cui si correggono le impostazioni sbagliate. Il messaggio è “torniamo a insegnare correttamente la tecnica”, che era l’aspetto distintivo della “scuola italiana”, quella fatta di ripetizioni, gestualità ben eseguite, inserita in situazioni di gioco che si avvicinano al modello prestativo dell’estremo difensore.» (Leggi i loro articoli sulla tecnica del portiere, n.d.r.)

Torniamo ai dilettanti: che indicazione puoi dare ai mister dei portieri quando il numero uno commette un errore in partita?
«Di analizzare la tipologia del- l’errore, se di concetto oppure tecnico. Nel primo caso può dipendere da una lettura sbagliata e l’allenamento situazionale, ad esempio, può aiutare. Nel secondo, bisogna capire il perché dell’errore e nel momento che si ritiene opportuno addestrare di nuovo il portiere per quella determinata gestualità.»

Hai parlato di tecnica e situazioni… come si possono sviluppare durante la settimana?
«Nella nostra metodologia prevediamo una fase addestrativa e una allenante. La prima è più a connotazione tecnica, diciamo analitica/applicata; la seconda consiste nello sviluppo delle situazioni tattiche, di quei casi in cui il portiere deve scegliere il comportamento ideale da avere. La prima è determinante coi giovani, lo ricordo ancora una volta, ma deve essere utilizzata anche con gli adulti.»

Dai dilettanti passiamo a pro- babilmente il portiere più forte della storia del calcio. Ci puoi dire il “segreto” di Gigi Buffon?

«Lo sai, mi è sempre piaciuto analizzare la prestazione dei più importanti portieri di ogni epoca perché si può imparare molto sull’evoluzione del ruolo. Molti portieri hanno fatto una, due stagioni al top, ma qui si sta parlando di ben altro. Gigi da più di 20 anni è considerato il più bravo, questa è la cosa incredibile. Per me rappresenta il più forte portiere della storia perché ha superato diversi momenti di evoluzione del gioco ed è rimasto sempre il numero uno. Oltre alle sue straordinarie capacità fisiche, tecniche e tattiche abbina delle qualità mentali incredibili. Per ciò che riguarda l’allenamento, bisogna dire che ha una meticolosità eccezionale, una costanza, un perfezionismo che dovrebbero essere l’esempio per tutti.»

 

 

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