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Intervista a Buffon: “Troppi rischi: non esco più!”

Interessante iniziativa intrapresa dal Corriere dello sport: un’inchiesta sul ruolo che negli anni è cambiato più di tutti. Si parte con Gianluigi Buffon: “perché è il primo calciatore italiano per presenze in nazionale (138) e perché in qualche modo è stato lui a ispirare questa ricerca, con una conferenza stampa a Coverciano in cui spiegò perché, da parte della critica, servirebbe maggiore conoscenza del ruolo. Da lì, è partito tutto”.

L’uscita bassa è un gesto tecnico bellissimo: ero uno dei migliori. Ora ho smesso, certe regole sono contro lo spettacolo e ci limitano

Buffon, Perché ha fatto il portiere?

Perché è un ruolo disegnato su misura per me, per il mio carattere. Come indole, sono uno che tende a stare bene nel gruppo, però sono anche uno che tende a distinguersi nel gruppo. Non perché abbia scopi o mire particolari. Riesco ad essere felice in un gruppo, ma anche da solo. In più amo caricarmi di responsabilità pesanti per alleggerire gli altri. E’ questo fa parte della mia natura masochista. Un portiere è sempre un po’ masochista.

E’ un ruolo che ha pressioni maggiori rispetto agli altri dieci?

Maggiori è dire poco. Il portiere può solo subire, mentre gli altri ruoli sono anche attivi, subiscono e contrattaccano.

Citazione di Jorge Valdano: “Una squadra è formata da undici giocatori. Se ci sono dieci giocatori più un portiere qualcosa non funziona. Un genio scollegato, un corpo estraneo non serve agli obiettivi di nessuna squadra”. E’ D’accordo?

Se intende la squadra come gruppo, si sono d’accordo. Se si vuol dire invece che un portiere deve perdere le proprie tradizionali qualità, allora la trovo una sciocchezza.

Qual’è stata la prima cosa che imparato sul piano tecnico?

Posso dire qual’è stato il primo gesto tecnico che mi ha affascinato: la respinta di pugno. Per questo il mio idolo era N’Kono: respingeva di pugno mandando la palla 30 40 m lontano. Stilisticamente era uno spettacolo.

Entriamo in un argomento in cui le chiediamo di essere impietoso: la critica nei confronti dei portieri. Si dice, per esempio, che non esistono più il portiere di una volta, quelli che uscivano. È un luogo comune?

No, è una ca…ta enorme. Credo che non ci sia realmente la conoscenza del ruolo del portiere, leggo e ascolto dei giudizi e dei commenti che fanno infuriare o sorridere secondo come ti sei svegliato la mattina. Cominciamo dalla sua domanda: I portieri non escono più. La domanda gliela faccio io: sa quanto è grande l’aria piccola?

No. Dovremmo fare il conto.

E’ 100 m². E’ una casa e anche spaziosa, non un monolocale. Quando si scrive e si dice che un portiera sbagliato a non uscire bisogna capire spiegare perché, altrimenti si condiziona il lettore e non gli si fa un buon servizio.

Come si può migliorare?

Magari organizzato un corso, potrebbe essere un’idea. La critica dovrebbe davvero modificare certi modi di pensare di giudicare. Dal resto come è richiesto a noi di avere un margine ridotto di errore, allo stesso modo dovrebbe essere chiesto a dei professionisti come voi. Secondo me ci dev’essere l’obbligo di conoscere le cose in profondità.

Per alleggerire la critica alla critica, si può dire che ruolo del portiere è comunque difficile da giudicare?

Su questo sono d’accordo. E’ davvero difficile. Ci sono anche degli allenatori e dei dirigenti che capiscono poco o niente di portieri, si sentono delle vere castronerie. Invece, quando sento parlare Marchegiani di un portiere o di una parata o di un goal preso male mi si allarga il cuore.

Andiamo avanti, impietosamente. Quale altro errore commette ti giudica un portiere?

Un classico sono i cross. Spesso sento questa domanda: “ma dov’era il portiere?”. Prima di porsi e porre quella domanda,  si dovrebbero giudicare la velocità del colosso, quanti giocatori sono in area piccola e quante portiere è disturbato. L’anno del primo scudetto, abbiamo giocato contro l’Inter l’abbiamo battuta 2-0, ma nel primo tempo ci hanno messo in difficoltà, ci siamo salvati perché ho fatto due o tre belle parate. Una di queste su un colpo di testa di Forlan. La sera vedo la tv e il commentatore dice: “Grande parata di Buffon”. Poi fanno vedere i di nuovo l’azione al rallentatore e allora il commentatore cambia idea: “in effetti la palla non era molto angolata E la parata non era molto difficile”. Ma quello era il rallentatore, a velocità normale era tutta un’altra cosa! Mi consolo perché capita così anche gli arbitri.

Quando ha avuto il primo preparatore dei portieri?

Subito nel ’90, A Carrara. Era Avio Menconi, un vecchio portiere della Carrarese.

Per un portiere è fondamentale l’intesa col preparatore?

È importante che ci siano stima e condivisione della metodologia del lavoro perché si possono mettere in pratica i concetti dell’allenatore.

Lei ha mai avuto dei contrasti?

A me piace il confronto, però mi adeguo.

Un portiere e più istinto o preparazione?

Deve abbinare la preparazione all’istinto e soprattutto deve avere il pensiero rapido.

Che rientra nell’istinto, o no?

Rientra nell’esperienza.

Sul piano tecnico, quando è cambiato il portiere dal giorno in cui lei ha iniziato a oggi?

È cambiato certamente, ma il discorso da fare e sui settori giovanili dove oggi si spende poco tempo per la tecnica dei portieri perché sono cambiate le priorità. Ora si dedica più tempo ai piedi che alle mani. In questi anni sono aumentate le difficoltà del nostro ruolo, ci sono più preoccupazioni. Per me, dovremmo tornare alla tecnica, visto che oggi i portieri bloccano meno la palla.

Perché accade?

Perché i palloni sono diversi e perché c’è un po’ di pigrizia da parte dei preparatori del settore giovanile.

Il passaggio indietro da ricevere con i piedi ha tolto qualcosa l’immagine tradizionale. 

Il problema È che troppe volte, in questi anni, ho sentito la stessa domanda fatta su un portiere: “ma è bravo con i piedi?”. Sarebbe meglio domandare se è bravo con le mani, perché i piedi si possono sempre migliorare. 

Il pallone ha sempre lo stesso peso, però quello di oggi gira come un boomerang. 

Sono cambiati materiali, ora sono plastificati e sono più sensibili alla forza con cui si sprigiona il calcio, più sensibili anche al soffio di vento, sono instabili nelle traiettorie. E oggi i giocatori hanno più forza di qualche tempo fa. Ce ne sono alcuni, di squadre non fortissime, che provano a tirare da 35 m perché sanno che con questi palloni tutto può succedere. Questo era impensabile fino a 10 anni fa. 

Sempre per mettervi nei guai e aiutare gli attaccanti sono cambiate le regole: fine del retropassaggio ed espulsione, anche del portiere, per un fallo in area. 

La seconda regola è disumana. L’hanno pensata per aumentare il numero dei goal, quindi per favorire lo spettacolo e invece è una regola contro lo spettacolo perché non dà la possibilità a un portiere di compiere un gesto tecnico bellissimo come l’uscita bassa. Nei primi 10 anni della mia carriera ero considerato uno dei migliori in questo tipo di uscita, per il tempo e il modo con cui prendevo la palla dei piedi dell’attaccante. Ora non lo faccio più, non esco più, troppi rischi. Non va bene limitare un portiere. E poi, anche il discorso sullo spettacolo è ridicolo: se un portiere viene espulso nei primi 10 minuti del primo tempo e la squadra avversaria segna il rigore, poi potrà pensare solo a difendersi. Così la partita diventa un mezzo schifo. 

Qual’è la sua idea? 

Mettiamo dei tempi, anche per le espulsioni per chiara occasione da gol degli altri giocatori, non solo dei portieri:nei primi 70 minuti della partita solo cartellino giallo, negli ultimi 20 minuti anche il cartellino rosso.

Calci d’angolo: preferisce la marcatura a uomo o quella a zona?

A uomo, anche per una questione di abitudine. La marcatura a zona, con tutti quei giocatori a cavallo della linea dell’area piccola, mi darebbe un senso di oppressione, come se limitasse la mia eventuale uscita.

Punizione dalla distanza. Ricordiamo il goal di Neymar nella Confederation Cup: lei vuole vedere sempre la palla partire?

Quando è distante come quel caso si. Se non giocassi in serie A, se non fossi Buffon, se non fossi sempre sotto i riflettori, eliminerei proprio la barriera. Il problema è che se lo facessi davvero direbbero che voglio fare lo sbruffone.

E per le punizioni vicino all’aria?

Avrei una strategia particolare.

Se per caso diventasse preparatore dei portieri, consiglierebbe al suo allievo di togliere la barriera?

Gli direi di osare.

Come ci si allena ai rigori?

Ecco un’altra bella storia (lo dice con un filo di ironia, ndr). Ora gliela racconto. Dopo la Confederations Cup torno in Italia e un giorno, cercando una cosa su Internet, mi imbatto in un pezzo scritto su di me in cui venivo criticato perché non avevo parato nemmeno un rigore alla Spagna. Questa è malafede, perché quando si fanno critiche del genere bisogna documentarsi, bisogna portare dei numeri. Se uno va a controllare, si accorge che Buffon ha una percentuale abbastanza alta come para-rigori, che l’Italia è andata 5 volte ai rigori e per 3 volte ce l’ha fatta, che ha parato 4 rigori su 12 in Nazionale, che ne ha parati un bel po’ contro l’Uruguay e che anche nella Juve è così. Quel pezzo non mi sta bene. Non c’è voglia di documentarsi.

Dall’attacco alla critica alla didattica…Ci interrompe:

Quella non è critica, che a me piace quando è precisa e costruttiva, quella è disinformazione.

La domanda era: ci si allena sui rigori?

Più che allenarsi, puoi studiare l’avversario, ti puoi informare. Ma in certi casi non c’è niente da fare. Quando l’attaccante va sul dischetto noi portieri siamo vittime designate. L’ho capito perfettamente a Madrid: avevo studiato una strategia precisa, poi arriva quel fenomeno ( Ronaldo, ndr ) e mette la palla dove vuole. Se un attaccante calcia bene un rigore, non si para. Del resto, quando il portiere para un rigore, l’85 per cento è demerito di chi l’ha battuto.

Chi è il miglior portiere che ha visto nella sua carriera?

Da quando sono consapevole del ruolo, diciamo dal ‘93 a oggi, i migliori sono stati Marchegiani, Peruzzi, Pagliuca, Antonioli e Toldo.

Portieri dal 2000

Qualche tempo fa, in un’intervista Marchegiani spiegò che anche per il portiere era giunto il momento di fare un po’ di rotazione. Ci sembra di capire che anche lei è di quell’idea, nella Juve e in Nazionale.

In una squadra devono esserci sempre un titolare e un’ottima riserva che però riserva sia. Se si instaura un rapporto di fiducia fra i due portieri e lo staff tecnico, tirare il fiato può essere utile. Se penso a me, penso a un portiere che farà 850 partite da professionista, un portiere che è sempre sotto pressione. Così, per una partita contro una squadra non di primissima fila, in uno stadio che non è San Siro o il Bernabeu, quel portiere rischia di giocare una partita senza anima perché non è emozionalmente coinvolto. Così, il riposo in certi momenti è consigliabile.

Facciamo il caso del suo amico Casillas, messo in panchina nella Liga dal suo ex allenatore Ancelotti. Un portiere in Champions, un altro in campionato. Nel Real funziona così. Per lei si può fare?

Per me no, non si può fare.

Non più tardi di un mese fa, ha fatto i nomi di Leali, Bardi e Perin per il futuro della Nazionale. Ma se lei non si fa più in là, quelli diventano vecchi senza giocare mai con la maglia azzurra.

Io sono disponibile a tutto, non sono mai stato invidioso di nessuno e sono felice della mia vita. Se dopo il Mondiale mi riterranno ancora utile, andrò avanti con piacere. Sennò, nessun problema. Però…

Deve essere un bel però.

Però la storia si scrive con i numeri, con le presenze, con la partecipazione e con l’amore per questa maglia. La storia non la scrivono in tanti. Se io ho avuto questa fortuna e questi meriti è giusto che li sfrutti fino in fondo.

 

 

 

 

 

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